«In questo momento le prospettive appaiono incerte
mentre la crisi appare certa». Esordisce così Massimo D’Alema. E la sua non è
una battuta: «Io penso che qualsiasi considerazione sulle prospettive politiche
dovrebbe prendere le mosse da una preoccupazione vivissima dello stato del
Paese. E non mi pare che Berlusconi ne sia consapevole, visto che continua a
lanciare futili messaggi di ottimismo».
Che fa l’opposizione? Gufa?
«Il problema qui non è dividerci tra chi è ottimista e
chi è pessimista. Tutti quanti abbiamo speranza nella capacità di questo Paese
di riprendersi, ma il problema vero è che noi siamo di fronte a una grande
crisi che non è solo economica. C’è anche una crisi morale, di credibilità
dello Stato, di fronte alla quale non c’è nessuna risposta, perché c’è un vuoto
di leadership politica impressionante. Berlusconi prova a trovare una via
d’uscita cercando di costruire un equilibrio politico che lo tuteli di più, e
perciò si lancia nel tentativo abbastanza maldestro di riassorbire nella
maggioranza Casini. Ma la questione vera non è come puntellare l’attuale
equilibrio, è come uscirne».
E come se ne esce secondo lei, onorevole D’Alema?
«Bisogna prendere atto che la lunga fase della
parabola berlusconiana è finita. Nell’ultimo decennio lui è stato il principale
arbitro della vita pubblica e ha governato per circa otto anni. Il risultato
complessivo di questa esperienza è estremamente negativo. Non credo che l’anno
prossimo Berlusconi possa andare all’assemblea della Confindustria e dire che
vuole ridurre le tasse, semplificare la pubblica amministrazione, modernizzare
il Paese ed essere di nuovo applaudito. Infatti è successo il contrario. La
pressione fiscale è aumentata. L’inefficienza e la corruzione della pubblica
amministrazione sono cresciute con fenomeni patologici che ricordano per
dimensione e gravità la situazione dell’Italia all’inizio degli anni Novanta.
Il Pil del 2009 è fermo: è uguale al Pil del 2000, mentre la spesa pubblica è
cresciuta di 6 punti. Insomma, un disastro, è difficile usare una espressione
diversa».
Lei dipinge un quadro a tinte assai fosche...
«Siamo di fronte a un bilancio fallimentare, il che pone
il Paese in una condizione d’emergenza. E una classe dirigente degna di questo
nome dovrebbe dire: fermiamoci un momentino, altrimenti l’Italia va a rotoli, e
cerchiamo dei rimedi. Naturalmente questo è un discorso che si rivolge a tutte
le forze politiche. Nel senso che, secondo me, non ci sono scorciatoie: non si
esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come può
immaginare una certa parte dell’opposizione, o attraverso una campagna
moralista e giustizialista. Io voglio che si faccia giustizia e penso che le
persone che sono gravemente indiziate o sotto processo si debbano dimettere. A
questo proposito ritengo un fatto positivo che si siano ottenute le dimissioni
di Cosentino, dopo le dimissioni di Brancher e dopo quelle di Scajola. Ma
proprio questa sfilata di dimissioni dimostra che siamo di fronte a un problema
più profondo. La portata della crisi richiede un salto di qualità politico ed
escludo che possa farlo Berlusconi, perché non credo che abbia la capacità del
barone di Münchausen che si sollevava da solo. Penso che questa riflessione la
si stia facendo anche all’interno del Pdl».
Onorevole D’Alema, lei sembra ipotizzare una crisi di
governo neanche troppo lontana nel tempo. A quel punto le soluzioni potrebbero
essere diverse. Elezioni anticipate o un governo che guidi la transizione.
«La prospettiva delle elezioni obiettivamente c’è. Ma
io sono d’accordo con la lettera che vi ha mandato Macaluso: ritengo che
tornare a votare con l’attuale legge elettorale, per una sorta di referendum su
Berlusconi sì, Berlusconi no, non sarebbe utile. C’è bisogno di un momento di
responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese con coraggio. Abbiamo
bisogno di un nuovo patto sociale. Come negli anni Novanta ci fu un patto per il
risanamento, oggi abbiamo bisogno di un patto per la crescita. Tutto ciò
l’attuale governo non è in grado di farlo, al di là di ogni valutazione, perché
non ha credibilità».
Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini in
un’intervista al «Corriere della Sera» ha proposto una soluzione diversa da
quella delle elezioni anticipate: lui pensa piuttosto all’opportunità di dare
vita a un governo delle larghe intese.
«Se si tratta di un’operazione di ceto politico
intorno a Berlusconi non serve assolutamente a nulla. Ha un senso, viceversa,
se è un appello alla responsabilità per aprire una fase nuova attraverso un
governo di transizione, di larghe intese, o come vogliamo chiamarlo.
Ovviamente, in una democrazia bipolare questa non può che essere una soluzione
temporanea, legata a obiettivi precisi, ivi compresa la riforma della legge
elettorale, che produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione
distorta della politica. E come la realizzazione di un compromesso ragionevole
tra nord e sud in materia di federalismo, per evitare che questo diventi il
tema di uno scontro lacerante per il Paese. Si tratta di un discorso che ha una
logica e credo proprio che il maggior partito di opposizione sarebbe pronto a
riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo».
Per la verità Pier Ferdinando Casini dice anche che il
Pd è pronto a fare un governo guidato da Giulio Tremonti.
«Mi sembra una interpretazione un po’ sbrigativa e
credo che tutte queste chiacchiere sui nomi servano solo ad ostacolare i
processi politici ».
Ma non crede di esagerare le difficoltà del momento?
Quella di questi giorni potrebbe anche essere una crisi passeggera e Berlusconi
potrebbe continuare a governare fino alla fine della legislatura.
«È evidente anche agli esponenti della maggioranza che l’attuale equilibrio non
regge più, gli elementi di scollamento sono troppi ».
Ma chi potrebbe mai essere la personalità che riesce a
mettere insieme forze politiche tanto diverse?
«Questa è una decisione che spetta, come lei sa, al presidente della Repubblica».
E perché mai il Pdl dovrebbe scaricare Silvio Berlusconi
per metter su un governo di transizione con le forze dell’opposizione?
«È chiaro che se questo discorso non troverà un
ascolto nell’ambito della maggioranza è probabile che si arriverà alle elezioni
anticipate, perché ormai la situazione non è più sostenibile. Però se dentro il
Pdl ci sono persone preoccupate del destino del Paese e non soltanto cortigiani
— e io non credo che ci siano esclusivamente cortigiani perché comunque è una
grande forza politica che ha avuto il voto di tanti milioni di italiani —
questa prospettiva è attuabile. Insomma, il Pdl deve dimostrare se è un partito
o una sorta di sultanato. I partiti nelle democrazie moderne hanno la capacità
di guardare agli interessi del Paese anche al di là del destino delle
leadership, che possono anche cambiare. Per loro questa è una prova
importante».
Intervista
di Maria Teresa Meli Corriere della Sera